venerdì 26 ottobre 2012

Il senso del dovere


Dovrei scrivere.
 Il peso del dovere, da piacevole e tiepida pietruzza s’è trasformato in una roccia. Con alta spesa di sangue la vita è divenuta un vano e meschino tentativo di conformarsi al volere delle assemblee, dell’aristocrazia, delle plebi, dei popoli tutti e perché no, della tua stessa stirpe; quella stirpe che avrebbe dovuto istruirti su come muovere passi incerti, giacché non si deve pretendere, (e in un mondo parallelo a questo sarebbe pur lecito) che taluno ti insegni addirittura a marciare. Avendone coscienza ed autorità, avrei voluto che mi si insegnasse a restar zoppa punto e basta, e che nessuno lo ricordi mai più! Piuttosto che camminare come un invalido e per tutto il giorno sentire occhi, vedere orecchi tesi a trastullarsi malignamente, da dietro le finestre. Ricordarlo invece per sempre, per il resto dei tuoi giorni aridi di virtù! Certo è che allo zoppo lo si guarda con compassione e pure all’invalido, ma con una differenza : che il primo sollazza le assemblee con tutta la sua angusta rassegnazione, e le plebi di cui parlo non sono altro che profuse di assoluta gaiezza nel vedere che uno si, per così dire, arrenda. E l’altro cammina, e anche male assai, ma va per la sua strada. Egli è un maligno, uno che affronta la Natura ed il destino che  Dio gli ha assegnato, uno che affronta la sua esistenza segnata sul nascere, ed è un sovvertitore dell’ordine sociale, dunque, maledetto.


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